2023 © COPYRIGHT VITO MAURICI
«La cosa migliore del fotografare è di non dover spiegare le cose con le parole». Questa celebre frase di Elliott Erwitt ci riconduce all'essenza del fotografare. Perché farlo?
La fotografia è una delle arti che maggiormente soddisfano l'esigenza comunicativa dell'uomo; lo sappiamo: l'umanità da sempre ha bisogno di narrare e ascoltare storie. Ecco, la fotografia di Vito Maurici è una sorta di racconto "muto": le parole non bastano, e non servono, a descrivere quanto accade ai soggetti fotografati... Così come muto rimane chi li osserva.
I ritratti, le foto in stile street photography e quelle che mettono in risalto il rapporto tra l'uomo e la sua fede e/o il suo lavoro, oltre a svelare la profondità e la complessità degli esseri umani, mettono in contatto il soggetto ritratto con l'osservatore: anima osserva anima.
Se si chiedesse a Vito come faccia a realizzare i suoi scatti, lui sicuramente direbbe che per beccare il momento giusto serve fortuna. Ma questo, a mio avviso, è ciò che dice chi non riesce, ammirevolmente, ad anteporsi alla propria arte. Vederlo all'azione, vedere la sensibilità con la quale accoglie in fotocamera la realtà, basta e avanza per smentire le sue affermazioni... Nel suo caso, scattare una foto è una questione di "magnetismo": l'emotività del fotografo e quella del soggetto si attraggono naturalmente; anima chiama anima.
Il rischio che si corre nel farsi fotografare da Vito Maurici è proprio quello di potersi ritrovare l'anima ritratta.
Maria Grazia Verde
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